Taranto vecchia è un'ossessione che ritorna. Nei pensieri, nelle immagini, nelle chiacchiere da salotto.
Il collante, nei discorsi ritriti, rimane la «diversità», anzitutto antropologica, dell'isola. Un mantra per sentirsi «salvi», intonato al di qua del ponte girevole; sollievo quasi genetico: un corredo, una dote, l'abbandono familiare – o l'estraneità familistica – verso la «vecchia nave sdrucita» descritta da Tommaso Fiore.
La città vecchia si sbriciola da sempre, ma le sue viscere sussultano d'insospettabile vitalità. Un animale del quale percepire il respiro affannoso e scovare le tracce, via via cancellate davanti alla tana per paura del cacciatore.
Il ragazzo venuto dall'Est apre le porte dell'ipogeo parzialmente restaurato e racconta: «Ho fatto un lungo viaggio e sono arrivato qui. Poi ripartii, ma dentro c'era un tarlo: tornare. Io sapevo dove». La città vecchia ha i suoi «angeli». I tarantini lo sanno?
In uno spettacolo, l'attore Daniele Serra raccontava: «A Taranto tutto è mare. Il mare ti chiama». Il mare e il suo vascello sdrucito, nave fantasma lasciata sola tra le onde.
Canzoni napoletane scuotono, per allitterazione, l'aria un tempo «cantata» secondo la narrazione di Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia.
Sull'isola atterri come un marziano e senti i vicoli impregnati di romanzi popolari, mentre il profumo dei forni sale insieme all'odore acre dei rifiuti rimasti a fermentare sotto il sole. Persino la religiosità vive un simbolico cortocircuito: mille Gesù dai cuori trafitti come nelle mille favelas del mondo. Interno giorno: santini dietro le tende, appesi ai muri, nascosti fra pieghe linde e ricamate come sindoni; scoperti spiando fra porte e finestre a pian terreno.
Il mattino ha il sapore del sale.
A guidare il viandante nei vicoli la sgargiante punteggiatura delle edicole votive con Madonne stordite dal profumo di orchidee. Chiese serrate come quella dei Santi Medici sfregiata da un disegno osceno il cui spiccare sul piccolo portale barocco – da dove un tempo uscivano le statue dei Santi Cosma e Damiano - accentua la narrazione pudica delle impudico abbandono.
Taranto vecchia ha scritto capitoli infiniti dell'ordalia urbanistica ed edilizia cui è stata sottoposta lungo tutto il secolo breve, il '900, e nei primi anni 2000. Doveva discolparsi, l'isola, non si sa bene da quale peccato, da quale delitto, se non quello d'essere la culla, il cuore giovane come ricordava Ungaretti, della città.
Prima la cementificazione fascista, l'eterna fotografia scattata dal Calvino della Speculazione edilizia: «Il piccone diroccava le villette»; poi il barlume di luce del piano Blandino, la sua vocazione a levare la mano in difesa del patrimonio abitativo e artistico. Ancora, nel 1975, il crollo di vico Reale, i morti, i poveri morti, grandi, piccoli, rossi, gonfi. L'«esodo» etnico, prim'ancora che abitativo, della gran parte degli abitanti verso le periferie senza radici: Paolo VI, Salinella.
Un'operazione che potremmo catalogare tra i primi, paradossali, effetti del «modernismo consociativo» da cui fu assalita, come febbre, la politica, con poche voci a gridare contro lo spopolamento. Quella dell'arcivescovo Guglielmo Motolese, per esempio. La sua quasi manzoniana opposizione all'onda d'urto. La Chiesa incoraggiava gli investimenti del salario sociale operaio. Furono quelle risorse a permettere il restauro di Palazzo Galeone per citare un caso.
Non si può andare per carrellate, per zoom; è l'insieme che serve a raccontare: contesto e soggetto non sono su piani differenti. Metafore e fatti.
Per esempio: la parola antica rappresa sui fregi dei portali e il costo eccessivo del restauro di Palazzo d'Ayala, lì dove Alfredo Majorano sognava il Museo etnografico. Il portone è chiuso da tre cestini dei rifiuti che fanno la guardia a una targa. Finanziamenti insufficienti?
Inutile sentenza se non si racconta, insieme, che mentre le nonne pregavano la Madonna del Pozzo, perché la pioggia cessasse di battere e allagare i vicoli, Taranto vecchia pullulava di botteghe. E il 65enne Franco De Vietro, falegname, ricorda che prima della «diaspora», datata 1975, «all'incrocio di via Paisiello c'erano il falegname e il carbonaio», le officine dei mille mestieri rinserrate fra Monte Oliveto, Palazzo Gallo che cade a pezzi, la chiesa di Sant'Andrea degli Armeni, Palazzo De Bellis vestito di nuovo dal restauro. «La città vecchia è cambiata sa perché? Perché sono cambiate le persone. Nei gesti di tutti i giorni: la porta era aperta e ci si passava il sedano. Poi arrivò un momento in cui la smania di andarsene prese il sopravvento». E si martellava l'intonaco per fuggire come i soldati che si procuravano ferite, durante la guerra, per lasciare la trincea. Tutto era diventato pericolante, all'improvviso.
De Vietro ha resistito. Almeno il lavoro lo ha voluto conservare quasi fosse un pegno: «Ora abito al quartiere Salinella, tanti hanno lasciato Taranto vecchia: Paolo VI, Bestat, lontano dall'isola. Guadagno poco, ma non ho mollato. Come i pescatori. Però se è vero che tre famiglie in una casa ci stavano strette l'affiatamento, la solidarietà, ti facevano vivere una dimensione diversa. Servirebbe una ristrutturazione generale, l'isola potrebbe salvarsi. Costruisco porte, prezzi modici. Come si fa? La povertà è tanta. Tante famiglie con figli che non ce la fanno. Noi arrostivamo il pane sulla carbonella».
Servirebbe ristrutturare. Un giovane si avvicina alla porta del negozio. La sua sagoma dolorosa imbroglia la luce. Chiede l'elemosina. Il discrimine fra povertà e miseria, a Taranto vecchia, diventa, proiettato fra storia e cronaca, sottile linea d'ombra e, insieme, cuore di tenebra.
Ma non si va avanti per titoli, non si cede alla tentazione. I balconi raccontano tracce di vita, frasi smozzicate al sole, il colore dei panni stesi a Palazzo de Bellis; qui erano destinati gli uffici dell'«Isola dei delfini».
Perché tutto è una pretesa e, giorno per giorno, questa si schianta contro la realtà, contro la portata delle cose, il loro peso specifico, la loro densità.
Il piano di ristrutturazione europeo Urban II e i suoi finanziamenti, per tornare all'ordalia e ai suoi capitoli recenti, ha scaldato l'isola solo in alcuni punti come un sole dai raggi obliqui e corti.
Le ristrutturazioni stile caserma Rossarol convivono con zone d'ombra; nell'affannoso tragitto del tempo presente offerto dalla mappa della città mille volte amata, odiata, riamata e rimpianta, sempre dimenticata.
Gli investimenti non sono stati semina lenta e paziente. Non hanno prodotto la rigenerazione, insieme, sociale e urbana.
Certi restauri somigliano agli squillanti vasi di gerani affacciati sulla palazzina di fronte alla chiesa abbandonata di San Paolo. Guardano il silenzio abbellendone la desolazione; complici muti, forse, di qualche furtiva ombra che forza la porta e dorme nell'antico oratorio.
Uno sguardo attonito. Lo stesso, impotente, espresso chinandosi sull'«emorragia» sociale di trent'anni. Nessun Urban, malgrado i proclami, è riuscito e riuscirà a suturare l'antica ferita se restano le isole nell'isola.
Per scoprirlo basta accostare le immagini dei palazzi ristrutturati all'evocazione dell'antico Murrutte, il muro rotto. Scrive Nicola Gigante nel suo Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino: «E' il nome di un vico della Taranto antica, noto per essere luogo ove erano situate molte case chiuse».
Muto è lo sguardo, pietra è la parola. Vico Pentite rievoca il Murrutte, ma la forza del male, la sua misteriosa carica persuasiva, qui la esprime il silenzio più dello scempio offerto dalla targa appena leggibile sulla casa natale del pittore Francesco Paolo Parisi. Un immobile sventrato e trasformato in discarica grida in silenzio il destino di una patria.
«Al Murrutte c'era la razza gialla, la chiamavano così». Nel ricordo di Mimma Secondo, figlia di “Nanino”, figura storica della città vecchia, rivenditore di bibite in via Garibaldi, riecheggiano le parole di Tommaso Fiore a proposito della Taranto dei poveri. Una luce nuova sul Mezzogiorno quei reportage che innervarono la rivista Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti: «In qualche piazzetta, dove non mancano suonatori di cennamelle e pulcinella sbrindellati e dove rosseggia qualche macchia di sole , si può frugare meglio; come un colpo di mazza sullo sterno ti giunge l'orrore: son visi di bambine e di donne anemiche, tisiche, scrofolose, sifilitiche, tracomatiche».
All'orrore di povertà e sovraffollamento si è voluto porre fine, ma come? «Chiediamoci alcune cose» dice Amleto Catapano nel suo bar in via Garibaldi. «Chiediamoci se la città vecchia non è stata come la gallina dalle uova d'oro. E chiediamo risposte esatte a una domanda: tutti i finanziamenti arrivati sin qui dove sono finiti?».
Gli interrogativi restano come barche rovesciate sulle banchine a mare o negli slarghi dove trovi sempre un palazzo diroccato che ti chiama. Per raccontare.
«Crescevamo in undici, andavamo tutti a scuola». Ripartire dall'orgoglio isolano di Mimma Secondo. «Non siamo rassegnati, chi tenta di far diventare tutti i cittadini dell'Isola “razza gialla”, sbatte il muso contro la nostra identità. Lo abbiamo dimostrato resistendo al tentativo di portarci via il mercatino della festa di San Cataldo. Malgrado i ponti siamo rimasti isola. Ci vogliono così, ma resistiamo. E' una battaglia culturale: l'isola bella adesso è un atollo in mezzo al mare. E anche quest'anno, se tentassero di snobbarci rischierebbero di nuovo la protesta: nessun peschereccio accompagnerebbe la statua del patrono nella processione a mare».
Orgoglio contro pregiudizio. Il fantasma della «razza gialla» imprigionato nella «zona interdetta» disabitata da trent'anni per paura dei crolli, murata, irraggiungibile nel suo vuoto (pieno) di pietre secche e rimorte.
A San Giuseppe i bambini si arrampicavano per rubar travi ai cantieri abbandonati, alle puntellature simili a suture su una ferita mai rimarginata. C'era il falò da bruciare alle spalle della chiesa il 19 marzo. Era ieri.
Tra vico Nove Lune e vico Santi Medici non c'è più vita e nemmeno storia. Ma c'è racconto. Zona interdetta, di nome e di fatto. Più in là il mare scruta l'incoerente fabbrica della città vecchia dal suo guscio azzurro. File di palazzi: abbandonati e ristrutturati. Insieme. Miseria e blasone senza soluzione di continuità.
L'ultimo titolo strilla: «Agli sfollati i 43 alloggi in via di ultimazione (restauro, ndr) nella città vecchia». Il Comune chiede alla Regione di utilizzare le case di edilizia residenziale pubblica nei pressi di vico Santi Medici. A 35 anni dal crollo di vico Reale, il pendolo della storia continua a oscillare.



